Sono questo e sono quello... tutte immagini e ruoli che in realtà sono in-form-azioni: azioni nella forma. Mi rappresentano ma non sono me.
Raccontare Fili di Vetro, il mio romanzo di esordio, non è semplice per me. L’ho presentato in varie occasioni e in diversi circoli di lettura o associazioni, quindi dovrei esserci abituata, eppur mi scopro sempre emozionata e un po’ timida.
Fili di Vetro sintetizza ciò che ho compreso, sperimentato e integrato in anni di meditazione e di evoluzione interiore.
Nella vita svolgo la professione di counselor olistico integrale, facilito intensivi di consapevolezza “Who is in?” - rinominati “Koan.Sé” con l’amico e collega Abheeru - conduco laboratori creativi di esplorazione e contatto delle qualità essenziali e insegno in diverse scuole di formazione per counselor e operatori olistici; avrei potuto scrivere un manuale di auto-sostegno, come fanno molti miei colleghi, eppure ho scelto l’artificio narrativo. Un po’ per passione ma soprattutto per il desiderio di raggiungere un pubblico più vasto che difficilmente approccerebbe temi come il Giudice Interiore, l’Essenza e in genere l’auto-analisi e la meditazione.
Fili di vetro è un romanzo a tutti gli effetti con una trama che si dipana in due storie parallele, ma è innanzitutto un percorso interiore che il lettore può fare insieme a me in compagnia dei protagonisti della storia.
È un viaggio di riconoscimento della bellezza che si compie attraversando quello spazio interiore che i mistici chiamano “la notte buia dell’anima”, sfocia nella pace autentica che è una delle qualità primarie dell’Essenza, e inizia considerando la morte da diversi punti di vista - annunciata, subita, temuta o anelata secondo i diversi personaggi.
- Quindi Fili di Vetro parla della morte?
- Diciamo che la morte è il perno intorno al quale ruotano le vite dei protagonisti, ma in realtà è un pretesto per esplorare l’animo umano e la sua capacità di trasformare le emozioni in sentimenti.
Nel quotidiano difficilmente si parla di morte e, soprattutto, non se ne parla ai bambini, mentre in realtà è l’unica cosa certa dopo la nascita. I nostri corpi non sono immortali: attraverso loro noi sperimentiamo ed evolviamo, ma prima o poi dobbiamo lasciarli. Questo ci fa molta paura: non sappiamo come e quando accadrà e cosa ne sarà di noi dopo che ce ne saremo andati. Chi ha avuto esperienze di satori o di estasi profonda sa che il corpo è solo una parte dell’Essere e che noi siamo molto di più, eppure pensare di lasciarlo crea in ognuno tensione e incertezza. Morire significa entrare nell’ignoto e nel misterioso; segna la fine di ciò che è conosciuto ed è un traguardo senza possibilità di ritorno.
Così, come temiamo la nostra, soffriamo per quella di una persona cara che ci vede spesso sprofondare nel dolore e nella mancanza. Nella mia professione ho incontrato molte persone imprigionate nel lutto trasformato in solitudine, abbandono e bisogno. In questi casi la morte è vissuta come uno spazio di vuoto esistenziale che cancella e annulla il proprio senso di valore e di capacità vitale.
- Cosa fare per esorcizzarla?
- Vivere! Vivere alla grande, con passione e intensità.
Mi viene in mente Meera Hashimoto, mia maestra di pittura, celebrata proprio in questo periodo in tutto il mondo sannyasin e dell’arte. In una sua intervista che gira sul web Meera dice che “vivere ha in sé la qualità del Sì. È un sì. Quando comprendi che la vita è un regalo allora vivi con passione. Puoi fare il primo passo verso la morte con cuore aperto e meravigliato, e perfino ridere di lei. Se vivi intensamente, con passione, puoi morire veramente in pace”.
Quindi la risposta alla morte è la vita, la passione, e questo è ciò che fanno i protagonisti del mio romanzo.
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Sono questo e sono quello... tutte immagini e ruoli che in realtà sono in-form-azioni: azioni nella forma. Mi rappresentano ma non sono me.
Da dove nasce la sofferenza e cosa attivare in noi per superarla? Scopriamolo insieme